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L'omosessualità tra crimine, follia e mancati riconoscimenti

 Analisi storica del pregiudizio omofobo


Nel 1973 la American Psychiatric Association (APA) prese atto dell'assenza di prove scientifiche che giustificassero la precedente catalogazione dell'omosessualità come patologia psichiatrica, cancellandola dal suo elenco delle malattie mentali, il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM).

La decisione arrivò solo dopo un sofferto dibattito, durato decenni, aperto dalle ricerche di Evelyn Hooker su soggetti non psichiatrici (soprattutto dal suo fondamentale "The adjustment of the male overt homosexual", del 1957), e accelerato da un'azione di contestazione da parte di psichiatri vicini alle idee del neonato movimento di liberazione omosessuale.

Questa posizione è stata fatta propria anche dall'OMS nel 1993, e così sul piano scientifico è stata posta fine alla criminalizzazione, colpevolizzazione e medicalizzazione di questo comportamento umano.

Malgrado ciò, tutt'oggi permane nella società un atteggiamento discriminatorio di rifiuto, condanna e patologizzazione dell’omosessualità.

Ma come si è arrivato a tutto ciò? Quando l’omosessualità è diventata un problema?

Per la maggioranza delle società antiche e soprattutto nell'età classica, non esisteva una vera e propria differenziazione in base all'orientamento sessuale o identità di genere tipiche di un individuo, quanto piuttosto al suo ruolo nel rapporto sessuale: in pratica l'identificazione sessuale, e le leggi che regolavano i rapporti sessuali, si basavano non sul fatto che l'oggetto del desiderio fosse una persona del sesso opposto o dello stesso sesso, ma sul ruolo attivo, associato alla virilità e alla mascolinità, oppure passivo nei rapporti sessuali. Nella culla della civiltà occidentale, la Grecia antica, l’omosessualità era vissuta pubblicamente. La pederastia, l’amore tra un ragazzo e un uomo adulto, era una pratica permessa dalle leggi, celebrata nei riti e dalla letteratura e ad essa era attribuita anche una funzione pedagogica.

Il rapporto tra uomini adulti era elogiato e considerato il rapporto d'amore perfetto. L’omosessualità femminile non era allo stesso modo apprezzata: le donne non potevano avere alcun tipo di esperienza affettiva e sessuale al di là del matrimonio. Possiamo leggere questo dato non come atteggiamento omofobo, ma come logica conseguenza di una società maschilista e patriarcale in cui la donna non aveva altro ruolo se non quello di “procreatrice”. 

Ciononostante sono famose le poesie di Saffo che, nei suoi versi celebra l’amore omoerotico femminile. La poetessa aveva fondato una struttura educativa per giovani donne a Lesbia (da cui il successivo termine “lesbica” per indicare una donna omosessuale) e non mancarono intense esperienze d’amore con le allieve.  

La pratica omosessuale a Roma afferma molto presto il potere del cittadino sugli schiavi, confermando nell'uomo romano la propria decisa virilità maschile. Nel periodo repubblicano antecedente alla conquista della Grecia i rapporti omosessuali erano osteggiati e visti con sospetto. I Romani identificavano infatti il rapporto tra persone dello stesso sesso come “il vizio dei Greci”, sostenendo che nei loro antenati non esisteva l'omosessualità, ritenendola un'offesa al costume degli avi (il famoso mos maiorum), contraria al rigore del "civis Romanus" e motivo dell'indebolimento e del rammollimento della società romana stessa.

Con la conquista della Grecia, assieme alla cultura greca, Roma assorbe anche molte usanze, tra cui il "vizio greco". Ma i romani, o meglio i "cives" romani, quelli che erano considerati cittadini di Roma, praticavano l'omosessualità solamente con gli schiavi e con i Liberti. Era deprecabile che un cittadino romano assumesse il ruolo passivo in un rapporto omosessuale, perché questo era in conflitto con l'ideologia virile e dominatrice di tutta la società romana.

Non appena il cristianesimo prese il potere, gli imperatori cominciarono ad adottare una legislazione repressiva.  Nel 390 d.C. l’omosessualità maschile  fu considerata meritevole della “vivicombustione”.

Un secolo dopo il Codice di Giustiniano sancisce la pena di morte per gli omosessuali in quanto a causa loro si verificano carestie, terremoti e pestilenze; allo stesso modo anche il Codice teodosiano del 438 d.C. condanna a morte gli omosessuali: «Tutti coloro che sono usi condannare il proprio corpo virile, trasformato in femmineo, a subire pratiche sessuali riservate all'altro sesso, e che non hanno nulla di diverso dalle donne, espieranno un crimine  di tal fatta fra le fiamme vendicatrici, dinanzi al popolo».

Gli statuti medievali, sin dal XIII secolo, seguiranno questa scia, riservando una sorte spaventosa agli omosessuali. Il Costituto senese del 1262 prevedeva che il colpevole del «detestabile crimine sodomitico» fosse «impiccato per i genitali». E così gli statuti di Collalto e Treviso, Padova e Salò, Carpi e Viterbo, Ascoli, Cremona e Bologna. E quello di Firenze usato da Carlo II d'Angiò per liberarsi, come racconta un'anonima Cronica fiorentina del 1293, del conte dell'Acerra: «L'accusò d'essere sodomita, e gli fece ficcare un palo nell'ano facendolo uscire dalla bocca, e come un pollo lo fece arrostire».

Non molto diverso lo Statutum Tarvisii del 1313 che recitava: «Inoltre stabiliamo che se una persona si congiunga con un'altra abbandonando l'uso naturale, vale a dire maschio con maschio (dai quattordici anni in su), e femmina con femmina (dai dodici anni in su), compiendo il vizio sodomitico che viene detto volgarmente “buzeron” o “fregator”, e ciò sia stato accertato dal podestà, quella persona trovata in tale situazione, se fosse un maschio, sulla piazza del Carubio, spogliato di ogni indumento, sia appeso sopra un palo in quella piazza, con il suo membro virile trafitto con un ago o un chiodo, e cosi rimanga li tutto il giorno e la notte seguente sotto buona custodia, e poi il giorno seguente sia bruciato fuori dalla città». Vere memorie di orrore. Tommaso d’Aquino, celebre domenicano, getta nel grande fuoco della lussuria l’amore tra persone dello stesso sesso, e afferma che l’omosessualità fomenta l’ira divina, citando il passo biblico sulla città di Sodoma. Come l’antica città ebraica, bruciata da Dio stesso, a causa dell’empietà dei suoi abitanti, così arderanno i peccatori, che saranno definiti “sodomiti”. Tutta l’Europa trecentesca era attraversata dallo spettro della lussuria: miscredenti, eretici, streghe, omosessuali, tutti vennero considerati responsabili delle grandi carestie e della “Peste Nera”.

Nonostante la popolazione sia intrisa della dottrina della Chiesa, sono presenti atteggiamenti contradittori, come quello di Dante che colloca nell’Inferno della Divina Commedia gli omosessuali, sebbene le condanne per sodomia non occultano il valore dei personaggi che incontra nel suo “viaggio”.

Nel Rinascimento, periodo di maggior fermento culturale della storia umana, il clima sociale diventa più tollerante rispetto all’omosessualità: le storie segrete di Leonardo da Vinci, i chiari messaggi omoerotici nelle opere di Donatello e di Michelangelo, sono metonimie di un sistema atipicamente accogliente. 

Non mancarono tuttavia anche nel Rinascimento processi e condanne a morte per sodomia. Tra coloro che maggiormente osteggiarono una tolleranza all’omosessualità citiamo San Bernardino da Siena e Girolamo Savonarola che in un sermone rivolto ai cittadini di Firenze definì “Grande peccato della città” la sodomia ammonendo gli stessi cittadini affinché si attivassero per combattere la stessa: “ Provedivi, Firenze, e ponvi le pene gravi a chi in queste cose incorresse, altrimenti guai a te se non lo fai.”

L'Illuminismo fu una rivoluzione completa del pensiero. I filosofi del periodo abbandonarono la visione religiosa del mondo e sostennero il dominio della "ragione". Secondo gli illuministi il mondo, in ogni sua manifestazione, era spiegabile attraverso la logica e la scienza. Nella filosofia della seconda metà del XVIII secolo trionfa il materialismo e, per la prima volta, l'ateismo si fa strada. Nonostante ciò, l'Illuminismo non si libera del tutto dalla religione e dal suo modo di pensare. Anche i più atei tra i filosofi illuministi mantennero infatti l'atteggiamento dogmatico tipico della religione cattolica. Così come il clero proponeva le proprie verità di fede come assolute, così i filosofi proponevano le verità scientifiche come verità universali e indubitabili.  La visione fisica del mondo divenne rigida. Se ogni causa ha un effetto determinato da meccanismi fisici e derivante da leggi universali e fisse, allora tutto è spiegabile in quest'ottica e i fatti non sono altro che la conseguenza del susseguirsi di azioni e reazioni fisiche e chimiche. La libertà di scelta umana è solo un'illusione data dalla mancanza di conoscenza del quadro generale e dalla limitata visione che l'individuo ha. Il materialismo tipico della scienza illuminista si fuse con la visione etnocentrica europea. Gli illuministi vedono la società come necessario risultato delle leggi naturali e la società europea come massimo livello di sviluppo e modello quindi della "società naturale" sana e giusta.

La diversità e l'immoralità vengono considerate malattie, deviazioni dalla naturale forma del comportamento umano.  Questo "biologismo" diede una giustificazione scientifica ai pregiudizi religiosi e sociali che si protraevano da secoli. Una delle idee su cui la scienza illuminista e la religione concordavano era lo scopo della sessualità. Secondo entrambe le visioni il sesso serve solo alla riproduzione e non ha altro senso o altra utilità. Ecco perché l'omosessualità per questi pensatori non poteva che essere una malattia, una deviazione. È chiaro a tutti che il rapporto omosessuale non può portare alla riproduzione. E tanto bastò per teorizzare l'omosessualità come malattia. È con l'Illuminismo e il suo determinismo materialistico che l'omosessualità diventa insita nella natura dell'individuo. Ed essendo una caratteristica contraria alla sessualità "sana" e "naturale", perché non porta alla riproduzione, fu considerata una malattia. Quel che davvero conta in queste idee è lo spostamento dell'asse di visuale riguardo l'omosessualità. Prima dell'Illuminismo non si parlava di omosessualità (il termine verrà coniato nel 1848) ma solo di "sodomia". I rapporti omosessuali erano ritenuti comportamenti peccaminosi da punire e non una caratteristica dell'identità della persona. Il "sodomita" era ritenuto una persona malvagia e peccatrice, non una persona con istinti derivanti dalla sua identità. In tal senso non si concepiva la sodomia come una malattia, ma come una colpa. Nell'Ottocento la Psichiatria inizia a porsi come scienza medica al pari delle altre specialità e cerca di affrontare il problema dell’omosessualità in termini medici, quindi di malattia.

La psichiatria, che spesso vestì i panni della censura anzichè i panni della scienza, vide un nemico da sconfiggere nell'omosessualità, perchè vide in essa un nemico del sistema biologico, e vide nel superamento del biologico una "eresia", una follia. 

In questa cornice non stupisce che il medico, antropologo e criminologo Cesare Lombroso, intriso di darwinismo sociale, indicasse l’omosessuale come un criminale nato (riconoscibile da tratti somatici, espressioni del volto, dimensione del cranio, conformazione  fisica) e dunque non responsabile della sua follia-degenerazione-devianza, ma necessitante di un aiuto medico.

Gli assunti della psichiatria si sposarono facilmente con le dottrine degli autoritarismi del ‘900.

In Germania la psichiatria all’epoca dell’unificazione (1871) aveva classificato l'omosessualità come una degenerazione genetica o come un disturbo patologico della personalità.

Medici e psichiatri della fine dell'Ottocento distinguevano poi tra una omosessualità "innata" ed una "acquisita".

Studiosi come Von Krafft Ebing (il teorizzatore del sadismo) e Von Westphal elaborarono queste teorie offrendo soluzioni di controllo sociale che, invariabilmente, assumevano caratteristiche repressive. Gli atteggiamenti e le inclinazioni omosessuali erano poi regolate dall'Articolo 175 del Codice penale che recitava: "Un atto sessuale innaturale commesso tra persone di sesso maschile o da esseri umani con animali è punibile con la prigione. Può essere imposta la pena accessoria della perdita dei diritti civili"

Con l’ascesa di Hitler al poter l’attacco agli omosessuali divenne violento. Il governo nazista definì l’omosessualità una seria minaccia necessitante l'adozione di misure incisive.  Queste misure incisive ebbero negli anni successivi un nome: campi di concentramento. Nei campi di concentramento gli omosessuali, identificati da un triangolo rosa, furono spesso utilizzati come cavie per insensati esperimenti dei medici nazisti.

A differenza degli uomini omosessuali le donne omosessuali non furono mai espressamente perseguitate (la donna nella Germania nazista era considerata inferiore e quindi ci si interessava poco a lei), ma per alcune di loro l’epilogo fu lo stesso: deportazione nei lager perché considerate prostitute. 

Anche in Italia l'omosessualità collideva in maniera clamorosa con i miti fascisti della virilità e della forza, e questo spiega come mai durante la dittatura di Mussolini gli omosessuali siano stati perseguitati  e puniti col carcere e col confino. In realtà la scelta di perseguitare gli omosessuali avvenne solo dopo il Patto D’Acciaio tra Mussolini e Hitler; prima di allora il dittatore italiano non aveva mai espressamente legiferato contro gli omosessuali, non perché fosse aperto e tollerante, ma solo perché convinto che parlare di omosessualità avrebbe fatto aumentare il fenomeno; molto meglio invece lasciare la condanna dell’omosessualità alla Chiesa Cattolica e concentrarsi su una politica pedagogica persuasiva che proponesse un solo modello di uomo a cui conformarsi: l’uomo forte e virile celebrato dal futurismo.

Anche in Russia la dittatura comunista di Stalin non fu da meno nel trattamento riservato agli omosessuali: confino e lavori forzati con deportazione nei gulag sovietici. In realtà l’art.154a “Delitti contro la vita, la salute, la libertà e la dignità della persona” che condannava gli omosessuali maschi fu solo un espediente per punire il dissenso e fu utilizzato per motivi di lotta politica interna per eliminare i personaggi scomodi.

Con la fine della seconda guerra mondiale e liberazione da parte degli Alleati paradossalmente gli omosessuali non riacquistarono la libertà. Americani ed Inglesi considerarono gli omosessuali dei criminali comuni e per questo punibili con la prigione o con l’internamento in manicomio. Anche in Italia l’omosessualità cozzava col perbenismo familista di matrice democristiana.

La Psichiatria, disciplina imperante anche nel dopoguerra ha continuato a considerare a lungo l’omosessualità una malattia cercandone le cause a livello anatomico e fisiologico ed organizzandone la cura all'interno degli spazi manicomiali. I tentativi medici di “cura” dell’omosessualità hanno incluso i trattamenti più aberranti, spesso con fini esclusivamente sperimentali. Castrazione e vasectomia (per gli uomini), isterectomia, ovariectomia e clitoridectomia (per le donne); ma anche lobotomia e numerosi trattamenti farmacologici ormonali. Non sono mancati esperimenti con ipnosi ed elettroshock.

Per molti anni la psichiatria è stata la disciplina medica che si è da un lato posta come compito la gestione dei diversi e della diversità e dall'altro, in maniera speculare, ha assunto la tutela della norma e della normalità, a livello individuale e soprattutto sociale. Se diverso, quindi, è tutto ciò che esce da un concetto di normalità come stabilito dalla società borghese e che da questa stessa società viene vissuto come socialmente pericoloso (da cui il passaggio da diverso a deviante, termine maggiormente connotato in senso eversivo) l'omosessualità, maschile e femminile, non può che essere collocata nel contesto della diversità e della devianza, insieme alla follia. L’omosessualità venne dunque inclusa nel primo manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM I) nel 1952. L'omosessualità è così classificata nei "disturbi sociopatici di personalità" presupponendo con questo una volontà da parte degli omosessuali di opporsi alla società e alle tradizioni morali. Nel DSM II (1968) l'omosessualità è considerata una deviazione sessuale, come pedofilia, necrofilia, feticismo, voyeurismo, travestitismo e transessualismo.

 

Sarà proprio a partire dal ’68, momento di trasformazione sociale e culturale, che ci sarà un’inversione di rotta e una prima apertura tollerante all’omosessualità, ma si dovrà attendere il 1993 perché l’OMS definisca l’omosessualità come variante naturale dell’orientamento sessuale degli individui. Da allora ad oggi prima il Gay Liberation Front e successivamente il movimento LGBT si sono battuti prima per la cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle malattie psichiatriche, poi per l’ottenimento di diritti civili.

In Europa e negli Stati Uniti l’impegno del movimento LGBT si è concentrato nella richiesta del riconoscimento delle unioni omosessuali. Nel 1989 la Danimarca è stato il primo paese al mondo a ufficializzarle, attraverso la creazione dell’istituto detto “partnership registrata”. Altri paesi hanno fatto seguito negli anni seguenti: in particolare, tutti quelli dell’Europa occidentale. Ben presto però il riconoscimento delle unioni è sembrato insufficiente, ed è sfociato nella richiesta di poter accedere anche al matrimonio. Questa volta a fare da apripista è stata l’Olanda nel 2001 (nel 1998 aveva già legalizzato le unioni civili omosessuali).

In Italia nonostante la legge 76 del 2016 che ha legittimato le unioni civili tra persone omosessuali  (legge ambigua, contradditoria e per molti versi retrograda) permane ancora una profonda omonegatività sociale, culturale e istituzionale. Basti considerare che ancora sono pubblicati testi sulle terapie riparative il cui scopo sarebbe riparare il “deficit” dell’omosessuale e renderlo un “normale” eterosessuale. Le associazioni mondiali di medicina e psichiatria hanno preso le distanze condannando tali terapie e considerandole pericolose e dannose. Nell’ultima classificazione Internazionale delle malattie e dei problemi correlati dell’O.M.S. non si cita affatto l’omosessualità come patologia, ma al contrario viene definita malattia l’egodistonia rispetto al proprio orientamento sessuale che insorge quando l’individuo rinnega il proprio orientamento sessuale e cerca un trattamento a fine di modificarlo. Oggi da un punto di vista scientifico ciò che è considerato malattia è l’omofobia interiorizzata, ovvero l’insieme di sentimenti e atteggiamenti negativi che una persona omosessuale può provare nei confronti della propria e altrui omosessualità e che è alla base di stress e disagio. Ciò non stupisce se consideriamo che lo sviluppo psicologico della maggior parte delle persone omosessuali è segnato da una dimensione di stress continuativo, macro e micro traumatico, conseguenza di ambienti ostili e indifferenti, episodi di stigmatizzazione e casi di violenza.

Basti pensare ai numerosi casi di bullismo omofobo nelle scuole che purtroppo poco spesso, e solo quando hanno tragici epiloghi, finiscono sulle pagine dei giornali, ma non per questo sono poco frequenti. Gli adolescenti bulli però sono solo il prodotto di un pregiudizio omofobo ancora radicato nella società. L’omofobia nel contesto giovanile serve a rafforzare la propria identità sessuale, prendendo le distanze da colui che la società considera diverso, o meglio “deviante”.

Nessuna legge italiana protegge in maniera specifica omosessuali e transessuali. Nel corso degli anni sono state presentate diverse proposte di legge con l’intento di colmare il vuoto, ma non sono mai approdate a risultati concreti.

Non bisogna dimenticare poi che permangono numerosi paesi in cui l’omosessualità è punita dalla legge: Arabia Saudita, Emirati Arabi, Iran, Mauritania, Sudan, Yemen prevedono addirittura la pena capitale.

Tracciando un breve sunto di quanto esposto possiamo affermare che gli omosessuali sono stati vittime per secoli e secoli di soprusi e violenze di ogni genere: roghi, impiccagioni, carcere, lavori forzati, deportazioni, emarginazioni, trattamenti psichiatrici e psicoterapeutici contro ogni etica. Sono stati trasformati in cavie e in capri espiatori. Non hanno mai avuto il diritto di vivere la propria vita liberamente. Chi nega tutto questo nega la storia ed è fuori dalla storia. Chi riconosce tutto questo ha il dovere di raccontare e di cominciare a cambiare la storia.