GRASSOPATIA-Il problema del grasso nella società 2.0

 

Non ci sono dubbi: la grassopatia è la più grave patologia del nostro secolo. Il grasso uccide davvero! Uccide in tanti modi: non solo quando appesantisce il corpo ma anche quando appesantisce la mente. Il grasso uccide anche quando non c'è, uccide anche i fans della magrezza. Il grasso è il più terrificante incubo del nostro mondo, un nuovo culto macabro: qualcuno lo ama, qualcuno lo odia, qualcuno lo desidera, qualcuno lo teme, ma tutti in qualche modo subiscono la sua influenza. Questa è la grassopatia!

 

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Articoli

Corpo e miti contemporanei

Il #corpo è da sempre un terreno biologico su cui si innesta la cultura di appartenenza con le sue pratiche e le sue #mode. Il #corpo rappresenta e interpreta la #realtà culturale di cui ne è una manifestazione tangibile. E’ infatti da sempre il #corpo si è prestato a modificazioni e artifici culturalmente determinati. Il #corpo potrebbe infatti essere considerato una fonte storica in grado di raccontare l’evoluzione delle società: circoncisione, infibulazione, pitture corporali, mutilazioni, piercing, tatuaggi, ecc. sono solo alcune delle pratiche culturali che hanno interessato il corpo in #epoche e#contesti differenti con significati diversi. Che si tratti di moda, di rito di passaggio, di dettame religioso il soggetto/oggetto di queste modificazioni culturali è sempre stato il #corpo. Corpo come #significante: #soggetto rappresentante di una #cultura di cui porta i segni e #corpo come #significato: oggetto delle modificazioni culturalmente stabilite.

Anche il #grasso e il #magro sono da sempre espressioni della cultura mediate dal #corpo. Il corpo grasso e il corpo magro a seconda della cultura hanno rappresentato la #norma o l’#antinorma, l’adesione o la negazione dei modelli di riferimento.

Oggi più che mai il corpo è il terreno su cui si giocano e si esprimono i #miti contemporanei di #bellezza #magrezza #giovinezza e #performance che caratterizzano la società dell’#immagine. Al di là delle #psicopatologie in cui il corpo gioca un ruolo centrale come #oggettosintomatico su cui si riversano #conflittualità e #dinamiche intrapsichiche e interpersonali (pensiamo ai #disturbialimentari - #anoressia, #bulimia, #binge eating, #vigoressia, ecc - ma anche al #cutter o ai #disturbisomatoformi) il corpo è in ogni caso l’oggetto delle ossessioni contemporanee. Nella società dell’immagine infatti il corpo è il criterio di autodefinizione e di giudizio esterno, da cui si è sempre più dipendenti. I #modelli corporei di riferimento, sapientemente proposti dai mezzi di comunicazione di massa a fini commerciali sono sempre più irrangiungibili quanto irrealistici, instillando ansie di #inadeguatezza e conseguentemente una corsa interminabile a sanare il divario tra la propria immagine e l’ideale proposto. Il #fitness, le #diete, la #chirurgiaestetica sono solo alcuni dei mezzi utilizzati per modellare e modificare il corpo o forse per mortificarlo affinchè porti le stimmate della nostra cultura. Nella sua accezione originaria greca il termine stimmata indicava il marchio impresso con il ferro sul bestiame in segno di proprietà; oggi allo stesso modo il corpo porta il segno della cultura dell’#apparenza.

Nella società dell’immagine qualunque modificazione del corpo è lecita per raggiungere un apparente #benessere che passa per una presunta #curadisè che non è altro che un tentativo di superare un senso di #inadeguatezza interiore proiettandolo sul corpo, i cui limiti sono diventati obsoleti e insopportabili.

Il paradosso della nostra società è che se da un lato in ambito sanitario si sviluppano sempre maggiori soluzioni per ridurre il #dolore fisico negli interventi e nelle malattie organiche, dall'altro la cultura richiede l’attuazione di modificazioni del corpo sempre più dolorose per inseguire #ideali estetici.

Identità virtuale

In un mondo sempre più tecnodigitalizzato le #identità degli esseri umani sembrano perdere progressivamente consistenza e #corporeità soppiantate da nuove forme di soggettività multipla: gli #avatar. Alla crisi identitaria novecentesca dell’ “Uno, nessuno e centomila” di Pirandello, si sostituisce la confusione 2.0 caratterizzata da identità virtualizzate e smaterializzate e dal bisogno del soggetto di un’integrazione dei suoi #Avatar. 

Il termine #Avatar deriva dal sanscrito e significa “personificazione”, “assunzione di un corpo fisico da parte di un dio”. Ciò che rimane del significato etimologico nella traslazione odierna non è certamente la personificazione o l’assunzione di un corpo, visto che l’avatar è un’identità virtuale #dematerializzata e #decorporeizzata, quanto piuttosto questa assunzione presuntuosa, profondamente #narcisistica, del diritto e del potere della creazione. L’#avatar in ogni caso non è una creazione dal sapore biblico di un’identità ad immagine e somiglianza della propria, bensì di una o più identità che maggiormente rispondono ai #miti contemporanei di #bellezza, #magrezza e #giovinezza. #Maschere seduttive costruite ad hoc per ottenere più #like. Questi avatar testimoniano di identità sempre più #dipendenti dal social-consenso. Il monitoraggio del gradimento altrui è fondamentale per valutarsi e definirsi positivamente o negativamente. Il pericolo insito in questo meccanismo è dato dall’estrema rapidità e mutevolezza che caratterizza il mondo virtuale, che implica, per identità fragili e bisognose di sostituti gratificanti, una capacità camaleontica di modificarsi per essere sempre in linea con ciò che ottiene popolarità. Spesso questo bisogno attiva un #ipercontrollo dei #socialnetwork, dei propri profili per renderli più accattivanti, del numero di condivisioni dei post, dei like ottenuti. Al di là di #personalità estremamente fragili che sviluppano una vera e propria #netdipendenza e che confondono la propria soggettività con il proprio (o i propri) avatar, si delinea un profilo identitario collettivamente orientato verso un massiccio #narcisismo costantemente solleticato e sedotto dalla #popolarità virtuale. 

Gli avatar sollevano l’umanità del terzo millennio, sempre più tecnomediata e sempre più fluida, dalle frustrazioni e dalle insoddisfazioni di un'identità e di una corporeità limitanti, generando #illusioni di appagamento senza #limiti in cui i like sono simulacri di gratificazioni mancanti o mancate.

L'Amore non ha condizioni

L’#amore libero non detta condizioni perchè non ha bisogno dell’altro, non dipende dall’altro, non è definito dall’altro.

Una #relazione sana è caratterizzata da due identità che si incontrano e non si plasmano né si invadono, bensì si compenetrano per formare una terza entità, la #coppia, che non cancella le identità individuali, ma le accoglie entrambe. Fondamentale è la capacità di costruire un’intimità.

L’#intimità, al contrario di quanto solitamente si crede, non va confusa con l’intesa sessuale, giacchè rappresenta la capacità di stare insieme nell’#alterità, di essere simmetrici, vicini ma separati, di comunicare e condividere, di mostrarsi per quello che si è, di esporsi senza #maschere, di correre il rischio di lasciarsi vedere e #amare dall’altro.

Se la coppia è strutturata su rapporti di #potere, di #competizione, di #conflittualità e/o se l’altro è funzionale ad un #bisogno di #conferme personali, non può esistere intimità perchè la reciprocità è impedita da #dinamiche disfunzionali: l’altro non esiste se non in qualità di specchio riflettente la propria #immagine adeguata o inadeguata o in risposta a bisogni intrapsichici spesso inconsapevoli.

Quando il rapporto si basa su modelli relazionali del tipo dominante/dominato, vittima/carnefice, salvatore/salvato, giudice/colpevole, infermiere/paziente, la coppia è strutturata su un rapporto di potere, reale o fantasmatico, di cui entrambi i partner non riescono a fare a meno.

Queste dinamiche interpersonali per quanto possano generare una piacevole altalena emotiva (consapevole o inconsapevole) che passa dall’#adrenalina all’#angoscia, non possono garantire #stabilità, #libertà e #autenticità, necessarie per un’intimità emotiva e psicologica, a sua volta dimensione imprescindibile per una relazione sana e soddisfacente.

L’altro scompare, smette di essere un soggetto con una sua identità per diventare oggetto e strumento di modalità relazionali patologiche solitamente frutto di una #inconscia ripetizione di modelli di interazione vissuti/subiti e non rielaborati, da cui si è dipendenti e dai quali non ci si può svincolare senza un aiuto competente. Se non c’è incontro tra due soggettività solide e indipendenti non può esserci intimità e non può esserci un amore libero.

Sul senso di colpa

Il senso di #colpa è un vissuto costante in chi soffre di #patologie che implicano comportamenti compulsivi e perdita di #controllo, come nei#disturbialimentari e nelle #dipendenze. Il senso di colpa paradossalmente non riduce la #compulsione anzi attiva un circolo vizioso perché altera maggiormente l’#umore, già compromesso dai #sintomi, e limita la possibilità di riconoscere la reale #sofferenza sostituita da una sfida con se stessi all’insegna dell’#illusione del controllo.

Il #sensodicolpa non è un vissuto sempre e in ogni circostanza patologico, anzi esso è ciò che struttura e garantisce la civiltà e il vivere sociale, poichè se non ci sentissimo in colpa o non anticipassimo di sentirci in colpa non ci faremmo scrupoli ad agire la #violenza in tutte le sue forme. Il senso di colpa è anche la fonte della riparazione in qualunque rapporto umano interpersonale: è ciò che ci consente di chiedere scusa e di rimediare quando ci rendiamo conto di aver sbagliato.

Ci sono circostanze in cui, tuttavia, il senso di colpa, lungi dall’essere quel sentire che permette di rimediare ad un errore, diventa un #meccanismodidifesa adattivo per proteggere da vissuti di #angoscia: è ciò che può accadere, ad esempio, ad un bambino che si trova a vivere situazioni di grande #conflittualità familiare o che subisce le violenze psicologiche, fisiche o sessuali di un adulto o ancora che percepisce delle imponenti oscillazioni umorali del genitore. In tutte queste circostanze l’angoscia del bambino è data da una situazione di #impotenza e #incertezza rispetto a quanto sta accadendo; per superare questa angoscia il bambino si attribuisce la colpa di quanto avviene per poter dare un #senso agli eventi. Per un bambino infatti è fondamentale il controllo dell’ambiente circostante che deve apparire sicuro e prevedibile. Lo stessa angoscia da perdita di controllo è ciò che sente chi soffre di un disturbo alimentare o di una dipendenza. La sensazione di impotenza rispetto alla compulsione muove il senso di colpa spostando totalmente l’asse della sofferenza. La sofferenza è allora avvertita per la perdita di controllo e non per ciò che inconsapevolmente ha reso necessario il bisogno di controllo o il bisogno di perdere il controllo. Ci si sente in colpa per aver perso il controllo ma al tempo stesso il senso di colpa permette di dare un senso alla sofferenza che si prova attribuendosi la responsabilità. Piuttosto che riconoscersi #malati, e quindi impotenti, si preferisce inconsciamente sentirsi colpevoli. 

Proprio per questo è fondamentale per chi soffre di queste patologie farsi aiutare da professionisti competenti per comprendere l'immenso dolore che si nasconde sotto i sintomi, a volte oscurato dal senso di colpa. 

Infine è importante anche tenere in considerazione quanto la nostra cultura sia molto abile a generare dei colpevoli immaginari.

Nella #società dell’incertezza in cui la definizione di sè e del proprio valore si basa su standard irraggiungibili, irrealistici e costantemente mutevoli, il vissuto collettivo prevalente è un profondo senso di colpa per non essere all’altezza dei modelli proposti e una sfida incessante a superare i propri limiti.

Cura e Marketing

Un #percorso di #cura richiede un tempo per poter capire, #analizzare e #rielaborare la propria #sofferenza e questo tempo non è quantificabile, perché il #dolore non è misurabile così come non lo sono le #resistenze al #cambiamento. Le pseudo-cure, rapide e “indolori”, rispondono più ad una strategia di #marketing che collude con i bisogni di chi soffre e della società consumistica del “tutto e subito”, ma alla fine dei conti si rivelano parziali o inefficaci. Non esistono ricette rapide e manuali prestabiliti perché il dolore di ognuno è unico e come tale va ascoltato, compreso all’interno della propria storia. Per raggiungere un #benessere solido bisogna stare attenti ai “canti delle sirene” che per quanto affascinanti poi si rivelano deleteri. Il benessere va costruito un mattoncino alla volta affinché possa essere duraturo e richiede #tempo, #pazienza e #fatica. Oggi siamo abituati a commercializzare tutto, a ragionare in termini economici rispetto ad ogni aspetto della #vita. Ma il benessere non si può comprare, non risponde alle leggi del mercato, non è un prodotto che si trova al centro commerciale, non segue la logica “lo voglio, lo compro, lo uso”. Purtroppo sempre più spesso invece si assiste a distorsioni di #senso e #significato della cura e a chi soffre vengono proposte #soluzioni rapide, prodotti “magici” che cancellano il dolore e la sofferenza e fanno “ritrovare” il benessere.

Il benessere non lo si ritrova, non è qualcosa che si perde per strada e/o si cerca come se fosse un oggetto, bensì un modus vivendi da costruire giorno dopo giorno. Così come la sofferenza e il dolore non si cancellano come un errore su un foglio scritto, bensì si analizzano e comprendono solo attraverso un lavoro #introspettivo. Non esistono scorciatoie e anzi spesso le scorciatoie confondono e alimentano il disagio procrastinando un vero ed efficace percorso #terapeutico. Ad esempio le #diete, la #palestra, i #prodottidimagranti, la #chirurgiaestetica, spesso venduti come “cure”, non risolvono il disagio che una persona vive rispetto al proprio #corpo, non rappresentano #strategie di #intervento e #trattamento valide per una #patologia grave come i #disturbialimentari, ma sono esclusivamente prodotti funzionali ad un #business che troppo spesso sfrutta il dolore di chi soffre.

Sul fenomeno degli haters

Chiunque mastichi un po’ di #socialnetwork sicuramente si sarà imbattuto in commenti di #odio e incitazioni alla #violenza rivolti a qualunque categoria sia stata ritenuta nel corso della storia #diversa, o meglio #inferiore: #donne, #omosessuali, #ebrei, #extracomunitari, #disabili, #musulmani, ecc.

Gli studiosi e i giornalisti che si sono occupati di questo fenomeno hanno coniato il termine di “internet haters” per definire coloro che utilizzano i social network per scaricare la propria #rabbia e #aggressività nascondendosi e proteggendosi dietro un’ #identità virtuale.

Per comprendere meglio questo fenomeno è necessario tenere presente due dimensioni: la #paura del #diverso e la #virtualità.

La paura del diverso nasce dalla difficoltà ad accogliere l’alterità e le #differenze, vissute come rischi identitari da coloro che vivono un profondo senso di inadeguatezza.

Se l’identità personale non è solida e ben strutturata o ci sono nuclei identitari non accolti, la paura per il diverso è paura per tutto ciò che mette in discussione le proprie #certezze e il #valore personale. La paura, si sa, è un’emozione poco piacevole perché fa sentire fragili e #impotenti e così, per difendersi da ciò che fa paura, spesso si attacca.La paura per il diverso diventa allora rabbia per tutto ciò che sfugge al #controllo e fa sentire #insicuri e #inadatti, rabbia necessaria per rafforzare illusoriamente la propria #identità ponendosi come superiori e discriminando coloro che sono fuori dalla propria categoria.

La #virtualità permette di sganciare l’espressione della rabbia dalle sue conseguenze che non possono essere direttamente viste e non attivano così un senso di #colpa o un’#identificazione con la #vittima delle #violenze. La mancanza di un confronto diretto con l’#altro sgancia la rabbia da una dimensione dialettica e da un motivo reale e contestuale, per renderla espressione di un #odio profondo, legato a sentimenti di #inadeguatezza e #insicurezza personale, proiettato su un altro generalizzato, che diventa il rappresentante del proprio disagio. Lo schermo, il #nickname di fantasia forniscono agli #haters la possibilità di svincolarsi dalle proprie #inibizioni senza conseguenze emotive e pratiche. Non è raro che gli haters vivono esperienze simil-dissociative: pacati e disponibili nella loro quotidianità e spietati sui #social.

Il fenomeno degli internet #haters può essere considerato come una forma di #bullismo virtuale e come tale è necessario parlarne, denunciare e prevenire.

È però fondamentale considerare quanto la nostra società, per quanto dica di combattere qualunque forma di #discriminazione, in realtà fomenti l’ #odioperildiverso che trova appigli e giustificazioni #politiche, #morali e #religiose.

Sul trauma

Quando si parla di #trauma spesso si fa una grande confusione poiché si è influenzati dai messaggi socio-culturali, da tutti precocemente introiettati, che diventano gli occhiali con cui si legge e interpreta la #realtà.

Esiste infatti un #pregiudizio socio-culturale estremamente diffuso, e che interessa anche chi soffre, che considera traumatici solo specifici eventi, valutati socialmente più dolorosi e forieri di conseguenze negative. Tale pregiudizio finisce per stabilire una classifica di ciò che genera #malessere indicando quali sono le situazioni per cui è lecito e giustificabile #soffrire con il duplice rischio che chi non trova nella propria storia di #vita un evento considerato valido per star male finisce per sminuire la portata traumatica del suo #vissuto, al contrario chi rintraccia nella propria storia un evento considerato socialmente #traumatico finisce per ricondurre la propria #sofferenza esclusivamente a quello.

Da un punto di vista clinico il trauma non è definito dall’evento specifico, ma dal vissuto emotivo rispetto all’evento, dall’impatto che quell’esperienza ha sull’individuo.

Ciò che fa trauma è infatti un’esperienza in cui il soggetto si è sentito sopraffatto dalla situazione, si è sentito #impotente e non è riuscito a #difendersi e a reagire psichicamente e/o, soprattutto nell’#infanzia, non ha ricevuto #sostegno emotivo e #riconoscimento da parte degli adulti di riferimento.

Ciò che fa la differenza tra un trauma e un non trauma non è dunque la specificità della situazione ma la possibilità di affrontarla e superarla.

Prendiamo ad esempio il #lutto di una persona cara, che tutti possiamo ipotizzare evento potenzialmente traumatico, soprattutto per un soggetto in crescita. Il lutto non è di per sé un trauma, ma può esserlo per quella persona se non riesce ad affrontarlo e superarlo, se non può parlarne con nessuno, se diventa un #tabù, se c’era un rapporto di #dipendenza, se c’erano già in precedenza difficoltà legate al processo di #separazione; anche per un bambino non è necessariamente traumatico un lutto: se infatti il bambino può parlarne, può esprimere il suo #dolore e ricevere sostegno e #conforto, può superare questo evento, che sicuramente resta doloroso, ma non necessariamente traumatico.

Non esistono traumi di serie A e traumi di serie B, non esiste una lista di traumi prestabilita; solo dandosi la possibilità di #analizzare e #comprendere la propria sofferenza ciascuno può capire cosa nella propria storia è stato traumatico.

Piacere VS Godimento

#Piacere e #godimento sono concetti usati nella quotidianità come sinonimi; talvolta il godimento è considerato il superlativo del piacere, il massimo del piacere, l’estremo piacere. E in fondo il godimento può essere considerato come un surplus di piacere, un surplus che finisce tuttavia per essere un’ #overdose: un #eccesso che straborda trasformandosi nel suo contrario.

Il godimento si configura così come #negazione del piacere, posto all’estremo di un continuum che dal piacere sconfina nel dis-piacere (il prefisso “dis” deriva dal greco dus=cattivo,difettoso). Il godimento si ritrova infatti al di là del #limite del #principiodipiacere teorizzato da #Freud, di cui è negazione e conferma al tempo stesso. Il godimento nella sua natura ambigua, #piacevole e #spiacevole al tempo stesso, permette di comprendere la reiterazione di #sintomi, #rituali, azioni, apparentemente dolorosi, tipica delle #dipendenze. Ciò che caratterizza il godimento e che lo differenzia dal piacere è il rapporto con il limite, con la #mancanza. Il piacere è per sua natura strettamente vincolato al #desiderio, che implica la capacità di stare nella mancanza, di tollerare la #separazione e l’ #attesa, di stare nella #frustrazione che permette la dilazione del piacere e che precede l’ #appagamento gratificante del desiderio. Nel godimento invece il desiderio è assente, fagocitato dal #bisogno che non ammette mancanza, limite, separazione. La #soddisfazione del bisogno non consente un reale appagamento attivando un corto circuito. Il piacere impossibile rende il bisogno insaziabile e la necessità di cercare in ogni modo di rispondergli, di colmarlo, di saturarlo. Il circolo vizioso delle dipendenze, che vede il soggetto incapace di fare a meno del #sintomo nonostante sia #doloroso, è dato dal godimento, spesso #inconsapevole, che il sintomo stesso genera. Palliativo di un #piacereimpossibile, tentativo fallito di rispondere a bisogni insoddisfatti, di colmare #vuoti storici, di cancellare #ferite profonde, di #anestetizzare la #sofferenza, i sintomi rendono l’individuo uno schiavo #impotente finché non si sceglie di #farsiaiutare per interrompere la catena.